Le sfide sul destino dell'umanità

L’idea che si possano semplicemente sommare i tratti delle varie civiltà presenti oggi sulla faccia delle Terra, per creare un mondo “dell’Uomo” senza Dio, senza principio autonomo di movimento e di autogiustificazione spirituale e intellettuale, è una “bella fola”, per dirla con il linguaggio della poesia italiana dell’Ottocento. Le civiltà non si sommano e non si frazionano, non si scindono tra di loro e non combinano i loro singoli elementi, Si mescolano “in toto” e non è possibile dedurre da una parte dell’Occidente e dell’Oriente il resto del contesto ideale in cui opera.
Non si prendono brandelli dell’Occidente, e la fine di questi modelli allogeni la vediamo giù nella loro crisi: asimmetrie politiche e strategiche, espansione incontrollata del mercato interno in vari Paesi a causa dell’export, disastri ingestibili da un’amministrazione pubblica che ha imparato, dall’Occidente, solo la corruzione. E nemmeno l’Occidente può permettersi più solo di pretendere i brandelli dell’Oriente, le “democrazie” abborracciate in Africa e in Estremo Oriente, il tentativo del Pcc cinese di mettere insieme sviluppo economico rapido (sembra di ricordare il mito leninista del socialismo come soviet+elettrificazione) e la teoria staliniana delle “marce forzate” nello sviluppo dell’industria pesante, che allora il “piccolo Padre” vedeva come asse della modernizzazione interna dell’Urss, mentre i dirigenti cinesi vedono oggi il loro “capitalismo” come un sistema produttivo “ad usum delphini”, per accumulare risorse finanziarie e poi rivendere all’Occidente i prodotti che esso non vuole, non sa, non riesce più a produrre, nella logica folle di “deindustrializzazione” che ha preso, come una febbre, l’Occidente dalla “caduta del Muro“, dal 1989 in poi.

L’origine della “morte del lavoro”

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La caduta del Muro di Berlino non implicava la trasformazione profonda della Russia, che infatti si è risolta, oggi, ad essere quello che era fin da allora, un socialismo di Stato diretto da un partito autoritario, prima unico, oggi “pluralista”: si trattò del golpe del Primo Direttorato centrale del Kgb contro il partito, corrotto e incapace di porre un freno alla caduta economica di tutto il “modello” socialista di Mosca, soprattutto dopo l’avventura in Afghanistan. Era la risposta alla domanda «durerà l’Urss fino al 1990?» che si ponevano in tanti tra la dissidenza interna ed esterna al “Partito”.
La corruzione, che ha un rilievo morale e spirituale, oltre che politico ed economico, sarà la prossima sfida culturale e politica globale, da gestire con gli strumenti filosofici che ho delineato nel mio libro “La vocazione dell’Umanità” (Futura Edizioni). La corruzione è, in Occidente, per dirla con Marx, “le mort qui saisit le vif”, il mantenimento delle vecchie classi improduttive a spese delle nuove forme produttive o di coloro che, per non accedere alla corruzione o perché non hanno i mezzi per sostenerla, escono dal circuito economico e sociale. In Oriente, c’è il pericolo che la corruzione faccia fare, per esempio alla Cina, la “fine dell’Urss”, il fantasma che aleggiava nel Pcc durante la rivolta di Piazza Tienanmen e che fece accogliere con frizzi e battute ironiche Gorbaciov in visita a Pechino in quel momento.
La crisi morale è evidente: la fine dell’etica del lavoro, causa e origine insieme della “morte del lavoro” in Occidente, con una estetizzazione superficiale della vita, con un’ossessione erotica e sessuale di massa che arriva talvolta al parossismo, con una vita “a credito” che lega le masse a magri stipendi e, soprattutto, ad ancor più magri crediti bancari.Un meccanismo che si basa sulla “immoralizzazione di massa”, mentre prima la macchina che era stata costruita per aumentare la produttività e costruire la nostra civiltà occidentale, dal Rinascimento alla Rivoluzione industriale e al capitalismo, era invece basata proprio sulla progressiva e diffusa moralizzazione delle masse. Si pensi ai romanzi di Charles Dickens.

Per cambiare la nostra situazione attuale, dobbiamo mutare mentalità

Si tratta di un sistema che non può più tenere: l’Occidente è senza lavoro e non può finanziare la sua spesa improduttiva di massa, immorale e viziosa, che sostiene consumi irreali e redditi che vanno a finire nella camera di compensazione tra economia “bianca” e finanza illecita. Se questo sistema continuerà, arriveremo alla soglia dell’anomia, dell’autodistruzione sociale, a partire dal disfacimento delle regole base della società stessa. E la soluzione non potrà che essere una nuova morale, una nuova filosofia, una nuova metafisica che ricostruisca la gerarchia sociale, la renda valida e legittima in un contesto di globalizzazione ormai del tutto completata.

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Perché questo è il problema: se rimarremo con la vecchia morale e le vecchie leggi, l’Occidente arriverà presto all’anomia, al dispiegamento di massa degli istinti più volgari e distruttori, secondo la regole che Freud ha disegnato per l’infanzia parlando del “principio del Piacere”. Se invece riusciremo a ricostruire, come accadde nel Rinascimento fiorentino, da una nuova pratica commerciale e da una serie di nuovi rapporti culturali ed economici, una “forma culturale integrata”, allora avremo risolto il problema che ci siamo posti. Ma ci sarà da fare un’opera di distruzione creatrice dal punto di vista filosofico: troppo a fondo è già andato il decadimento della morale di massa, la separazione dal lavoro dell’etica, la separazione della metafisica dalla religione, con la progressiva “defamation” a livello di massa di tutto ciò che è nobile e buono.
Se tutto questo procederà ancora, passeremo presto quel punto di non ritorno, oltre il quale l’anomia occidentale e, probabilmente, l’autodistruzione dei sistemi “riformati” dell’Oriente, saranno un fatto compiuto. E non saremo in grado di ricostruire una nuova filosofia e una nuova mistica per il nuovo Occidente positivamente globalizzato.

La Casta burocratica che ci impoverisce, come abbatterla

Si può avere fiducia di un Paese in cui solo la Gazzetta Ufficiale (ad essa si debbono aggiungere i Bollettini delle Regioni e le disposizioni normative di Province, Comuni e di una pletora di altri enti pubblici) pubblica ogni anno circa 16mila pagine di leggi, regolamenti e disposizioni varie, per una lunghezza di quasi 5 chilometri e una superficie di quasi mille metri quadrati?
Dove per una concessione edilizia ci vogliono, di media, 257 giorni, rispetto ai 137 della Francia, ai 144 del Regno Unito, ai 169 del Belgio, per non parlare dei 40 degli Usa e dei 69 della Danimarca (in Europa solo il Portogallo, con 328 giorni, fa peggio di noi)?
Dove per iniziare un’attività bisogna contattare, di media, 19 uffici e ottemperare a 68 adempimenti? Dove per ottenere una licenza ci vogliono 257 giorni, rispetto ai 153,3 dell’area Ocse? Un Paese che in Europa, nell’indice di libertà economica elaborato dalla Heritage Foundation, è al 73° posto (la Germania, tanto per dire, è al 25°)? Che è al 150° posto nel mondo per i tempi della giustizia civile (un ritardo che ci costa una minore crescita di un punto percentuale di Pil all’anno)?
No, di un Paese così non si può avere fiducia. O meglio, non si può avere fiducia sulla sua capacità di crescere. I dati, d’altronde, su questo versante sono impietosi.
Secondo l’Istat, dal 2000 al 2009 il Pil pro capite nei Paesi dell’Unione europea, a parità di potere d’acquisto, è cresciuto del 9,4% in Italia, rispetto al +23% della media Ue. Ossia, siamo cresciuti solo il 40% rispetto a quanto fatto dalla media europea. Tanto per fare qualche esempio, nello stesso periodo la Germania è cresciuta del 21,2%, la Francia del 15,5%, la Gran Bretagna del 16,3%, l’Austria del 17,2% e così via. Scorrendo tutti i Paesi, per aumento del Pil pro capite, nei nove anni considerati siamo gli ultimi d’Europa. E non è un modo di dire: siamo letteralmente gli ultimi.
Insomma, un Paese soffocato. Da una valanga di norme, di regolamenti, di divieti che si incrociano, da uno Stato onnipresente e onniregolante. Ma soprattutto da una pubblica amministrazione inefficiente, rapace, trafficona, che vessa la società e la libertà, dando vita a quella che è la vera casta a cui tagliare l’erba sotto i piedi se l’Italia vuole tornare a crescere, evitando un declino che, altrimenti, è inevitabile.

La distinzione nei ceti sociali

Lo ha spiegato molto bene un giornalista, qualche giorno fa, sul Corriere. Il problema non è solo la qualità scadente dell’attuale ceto politico. Il problema è anche, anzi soprattutto, una casta amministrativa che, nei labirinti della gestione amministrativa, rallenta il Paese per preservare il proprio potere. In Italia, se il gioco non cambia, non è possibile per nessuna forza politica, per quanto consenso abbia, sveltire il Paese, obbligare la macchina amministrativa a mettersi al servizio degli obiettivi indicati agli elettori e per cui si è vinto nelle urne. C’è un ceto che si è specializzato nel muoversi, abilmente, nei meandri dei meccanismi burocratici pletorici, che si è avocato la loro interpretazione, che può sotterraneamente vanificare qualsiasi innovazione. Perché, di quei meandri, conosce ogni anfratto, si è specializzato nel muoversi in essi come i pesci nell’acqua, è in grado di stoppare ogni cosa, boicottandola silenziosamente, facendo scontrare interpretazioni diverse, sfibrando le spinte innovative liberali che provengono dalla società e soprattutto dalla parte di essa che deve confrontarsi ogni giorno con il mercato (l’altra parte della società, quella che non si confronta con il mercato e che anzi non lo vuole perché teme di essere spazzata via dalla concorenza, si è specializzata nel connubio con la casta amministrativa, ricevendo ma anche, molto spesso, dando).
Una casta che dirige il gioco e che vuole una proliferazione di norme, regolamenti, sotto regolamenti, circolari interpretative (meglio se si contraddicono l’una con l’altra, perchè ciò rafforza il potere della casta amministrativa). Un sistema opaco che produce non solo inefficienza smorzando lo sviluppo e rallentando il benessere economico e sociale, ma che genera anche corruzione (le statistiche internazionali ci collocano, anche su questo fronte, in una posizione pessima).
Se guardiamo in Umbria, i dati di fatto non mancano: nessun politico, da Tangentopoli in poi, è finito in galera. Ci sono invece finiti, anche non molto tempo fa, dirigenti pubblici e alcuni “ammanicati” a questi, campioni dell’inciucio e rappresentanti di quella parte di società umbra che campa sugli ostacoli messi dalla pubblica amministrazione alla concorrenza. Storie trasversali, da Perugia a Terni. Basta rileggersi le cronache o fare un po’ di mente locale.
Una pubblica amministrazione opaca che dirige il gioco, in combutta ora con i politici, ora con i sindacati, ora con le associazioni di categoria, ora con le corporazioni. Perché, alla fine, è da quella casta che debbono passare.
E allora? Allora il cittadino si chiude nella rabbia silenziosa. Perchè la casta amministrativa resta lì, ferma, transitando nelle varie stagioni mutando pelle ma rimanendo la stessa. Tutto cambi perché nulla cambi.
Ma la situazione è diventata troppo grave perché nulla possa cambiare. E sono maturi i tempi per realizzare una proposta a suo tempo lanciata da Tremonti. Per bloccare gli spazi che, involontariamente, la Costituzione ha aperto alla proliferazione burocratico-amministrativa e alla costituzione di “mandarinati” (basti pensare a come sono stati interpretati male ad arte, ad uso e consumo del mandarinato burocratico, gli articoli del Titolo III della Costituzione sulla libertà economica e la proprietà privata).

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Andrebbe fatta una rivoluzione

Una rivoluzione che va fatta rovesciando l’impostazione secondo cui tutto è proibito fuorché ciò che è espressamente ammesso dalla legge (con la realtà che, in virtù di un ginepraio di norme, regolamenti e interpretazioni, di fatto, ciò che è lecito non è assolutamente certo). Prevedendo al suo posto, per via costituzionale, che tutto è lecito meno ciò che è espressamente proibito dalla legge. Si aprirebbero spazi di libertà inimmaginabili e la pubblica amministrazione, concentrandosi solo su ciò che è proibito, diventerà più efficace, anche nel reprimere. Finirebbero i mandarinati, i cittadini e le imprese non dovrebbero più recarsi con il cappello in mano davanti alla Casta burocratica.
Un vento di libertà e di futuro tornerebbe a soffiare, l’Italia potrebbe avere le gambe per poter correre. Sarebbe stata tagliata l’erba sotto i piedi al “Mostro” burocratico, che ci rende tutti più poveri. Sarebbe stato gettato il seme per premiare davvero il merito, valorizzare le capacità. E avremmo un pubblico impiego non più palla al piede, ma fattore di sviluppo. Con un colpo solo, si potrebbe sgretolare uno dei principali muri che ci stanno portando alla perdita del nostro benessere. Dovremmo diventare, su questo, cittadini più consapevoli e molto più critici ed esigenti. Da parte mia, per quel poco che conta, prometto che, alle prossime elezioni, voterò solo per chi si impegnerà davvero a realizzare questa rivoluzione.

La Nazionale, un esempio (vincente) di integrazione

Nell’antica Roma la cittadinanza si acquistava in base al principio del sangue: come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., erano cittadini romani i figli di un cittadino, ovvero la prole naturale di una cittadina. La regola dello ius sanguinis fu però sempre aperta, fin dalle origini, alla possibilità dell’inclusione. I Romani riconoscevano che la loro comunità nasceva dall’incontro, dall’unione e dall’assimilazione di genti diverse – secondo una tradizione che, come racconta Curzio Rufo, risaliva ad Alessandro Magno – da un incrocio di mondi e di culture (già Cornelio Nepote, nel proemio al De viris illustribus, ammetteva la ricchezza delle differenti consuetudini). Pronta a modificare i propri costumi – adottando, ad esempio, le insegne degli Etruschi o le leggi dei Greci – Roma concesse la cittadinanza ai popoli conquistati con generosità e lungimiranza politica. Tanto che, nel V secolo d. C., in un momento storico di decadenza e di grandi sconvolgimenti causati dalle invasioni barbariche, il poeta gallo-romano Claudio Rutilio Namaziano poteva a ragione salutare l’Urbe esaltandone la grandezza con queste parole: “Tu facesti una sola patria delle genti più diverse. E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto, facesti città ciò che prima era mondo” (De reditu suo, libro I). La nostra tradizione giuridica, sul solco di quella romana, privilegia l’acquisizione della cittadinanza iure sanguinis. Il tema è però controverso e di costante attualità. Sia perché l’incremento dei flussi migratori richiede nuove ed urgenti risposte (gli sbarchi verso la Sicilia, come confermano le cronache degli ultimi giorni, stanno riprendendo a pieno ritmo). Sia perché l’argomento è ormai un motivo ricorrente del dibattito politico: mentre Beppe Grillo ha ribadito il suo sostegno allo ius sanguinis, scandalizzando per qualche ora molti dei suoi seguaci, molti politici hanno più volte affermato che la prima iniziativa che il Pd prenderà quando governerà di nuovo il Paese sarà quella di dare la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia, secondo il principio dello ius soli. Ius sanguinis da un lato, ius soli dall’altro lato. Ma entrambi i principi perdono sostanza e vigore in assenza della volontà del singolo. La cittadinanza non può essere calata dall’alto, imposta – o, viceversa, proibita – per legge. Essa nasce dall’individuo, uomo e cittadino, che sceglie consapevolmente di abbracciare un determinato bagaglio di storia e di costumi.

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I “nuovi italiani”: specchio di una nazione che cambia

La Nazione, scriveva Ernest Renan nel 1882, è una “grande solidarietà” che si riassume attraverso un fatto tangibile: “il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme”. Due esempi, opposti, rendono quest’idea immediatamente comprensibile. Durante il XVI congresso del Partito comunista sovietico, Palmiro Togliatti si espresse così: “È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano”. Al di là del discutibile contenuto, la volontà è chiarissima. “Il migliore”, com’era soprannominato il genovese, si sentiva sovietico, indipendentemente da chi l’aveva generato (ius sanguinis) e dal luogo di nascita (ius soli). Secondo esempio, di tenore contrario al precedente. La nostra Nazionale, felice e vincente modello di integrazione, si è presentata agli Europei di calcio, per la prima volta, con due giocatori di colore (senza tener conto dell’oriundo Thiago Motta): Mario Balotelli, il castigatore della Germania, ed il torinista Angelino Ogbonna. Né Balotelli, di origini ghanesi, né Ogbonna, di origini nigeriane, sono semplicemente dei “nuovi italiani”, come li si definisce spesso con un’espressione ormai consumata. Entrambi sono pienamente e convintamente italiani, indipendentemente dal “sangue” o dal luogo di nascita. “Super Mario”, in particolare, ha più volte espresso il suo senso di italianità, ribadendolo anche di fronte al Presidente della Repubblica: “Sono italiano, mi sento italiano – ha detto nel 2008 – giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Balotelli, Ogbonna e molti altri hanno eletto la Nazione italiana a loro casa comune e ne rispettano i simboli, a partire dall’inno di Mameli; hanno fatto questa scelta e ne vanno orgogliosi. Il che conferma, come dimostra il caso opposto di Togliatti, che l’Italia, a prescindere da “sangue” e “suolo”, è di chi la ama e la rispetta. Nel calcio come in ogni altro ambito.

Il problema della politica italiana

Il problema della politica italiana, in questo particolare frangente della nostra vita collettiva, non è la vocazione autoritaria di Matteo Renzi, ma la naturale inclinazione gregaria degli italiani. Il nesso tra potere assoluto e conformismo di massa è qualcosa che nella storia di questo Paese si è ripresentato molte volte, ma ad alimentarlo non serve un capo che pretenda obbedienza cieca, è sufficiente un popolo disposto a concederla. E nell’assecondare l’autorità costituita, nel riverire chi indossa i galloni, gli italiani non si sono in effetti mai risparmiati. Con Matteo Renzi saldamente alla guida della nazione, la storia semplicemente si sta ripetendo. Tra conformismo e spirito critico, tra omaggio al potente e senso della dignità personale, la scelta per noi abitanti della Penisola viene quasi naturale.
Renzi – checché ne dicano i suoi pochissimi detrattori o critici – non è più autoritario di quanto non lo sia, anche in democrazia, qualunque uomo politico che abbia nelle sue mani le leve del comando. Le sue caratteristiche (negative) sono piuttosto altre. È bulimico, sin troppo sicuro di sé, un tantino arrogante (ma va capito, è fiorentino), accentratore e poco incline ad ascoltare il prossimo. Ma questi suoi difetti temperamentali – peraltro ben compensati dai tratti pregevoli che ne hanno fatto la fortuna politica nel giro di pochi anni: il dinamismo, la prontezza di spirito, il coraggio personale, la determinazione – poco c’entrano col clima che sembra essersi instaurato in Italia da qualche tempo e che va appunto nel senso di un crescente conformismo di massa.
Insomma, sono tutti diventati renziani, non perché l’ex sindaco di Firenze sia un uomo di potere irresistibile, anche se certo non gli doti di comunicatore, ma perché gli italiani sono irresistibilmente attratti dal potere. Fiutano al momento opportuno il vento del successo e subito orientano nella sua direzione la propria rotta, anche se sino al giorno prima veleggiavano verso tutt’altri lidi e seguendo tutt’altre correnti d’aria. L’informazione televisiva, che probabilmente ha antenne più lunghe e sensibili nel captare i movimenti sotterranei della politica e la sua effettiva linea di tendenza, è quella che si è uniformata per prima. Poi è arrivata la grande stampa insieme ai suoi editori, che sono in grande parte banchieri, finanziari e capitani d’industria, gente per mestiere sensibile agli equilibri del potere. E’ stata poi la volta di alti burocrati e manager di Stato. Sono quindi arrivati gli intellettuali e gli opinionisti, che quando c’è da banchettare non restano mai indietro. Alla gran massa degli italiani, visto l’andazzo, non è rimasto al dunque che uniformarsi. E se questo giovanotto resta al potere per i prossimi vent’anni?

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Non c’è nessun oppositore politico di Renzi

La cosa che colpisce e spaventa, in questo momento, è che Renzi non abbia oppositori, ovvero se li è bevuti tutti, arrivando a conquistare anche chi dovrebbe contrastarlo, ovvero mettendo all’angolo chiunque gli si sia opposto (per conferme chiedere alla Camusso o a Vendola). Eravamo, sino a poco tempo fa, un Paese spaccato in due metà esatte: berlusconiani contro antiberlusconiani. Adesso, al netto di quelli che si sono dati politicamente alla macchia, avendo scelto di non votare o di non partecipare, e di quelli che hanno abbracciato la protesta – potenzialmente sterile – di Grillo, tutti inclinano verso Renzi. Se non lo votano, sono comunque suoi alleati e sostenitori, lo considerano l’ultima spiaggia del Paese, un uomo senza alternative, l’unica speranza e l’unica risorsa. Uno che non merita di essere inutilmente criticato, bensì lasciato lavorare.
Il rapporto di Berlusconi con Renzi è da questo punto di vista emblematico, nella sua assoluta eccentricità. Non si è mai visto un partito d’opposizione che faccio così apertamente il tifo per il leader del partito che è il suo più diretto antagonista. Ma in questo atteggiamento c’entrano poco le riforme e dunque la politica: c’entra piuttosto la scelta del Cavaliere di farsi come sempre gli affari propri con quel che resta di Forza Italia. Non avendo più nulla cui ambire, oberato dagli anni e dalle grane giudiziarie, fa finta di voler fare il padre costituente: in realtà sta cercando di salvare il salvabile per sé e la sua famiglia. Renzi lo ha capito e gli ha persino concesso lo status di interlocutore politico privilegiato, ovviamente alle sue condizioni. Il risultato, se consideriamo anche la scelta di Alfano di stare dentro il governo Renzi, è che il centrodestra semplicemente non esiste come forza di opposizione politica. Se non fosse per i grillini saremmo al monocolore politico, ad una sorta di partito unico – il Pd(l) – che ruota per intero intorno a Renzi e ai suoi umori.
Ciò naturalmente non è accaduto a caso. L’egemonia del renzismo, che non sembra trovare ostacoli, non è uno scherzo della storia: esprime la misura della voragine istituzionale che si era creata nel Paese, dello spaventoso deficit di credibilità che aveva investito tutti gli altri attori politici, della scarsa prova di sé che sono riusciti a dare anche uomini di rango come Mario Monti e Enrico Letta: due salvatori della patria che alla minima difficoltà si sono liquefatti come neve al sole, lasciando a Renzi la scena assoluta.

Tutti renziani, dunque?

Tutti tifosi o sostenitori o estimatori o laudatori del leader fiorentino, che ripaga tanta fiducia nel modo ironico e irriverente, cinico e scaltro, che si è visto in questi mesi. Si è fatto un governo di dilettanti senza che nessuno fiatasse, ha preso a male parole sindacati e professori e tutti zitti, si fa beffe dei suoi stessi ministri e tutti lo trovano divertente (vero ministro?), costringe tutti a fargli da tappezzeria nelle occasioni ufficiali, arriva a convincerti che se piazza la Mogherini in Europa è perché siamo tornati ad essere una potenza, parla in inglese come nemmeno Berlusconi e Rutelli messi insieme ma a lui si può perdonare, fa e disfa, promette e dismette, piazza i suoi uomini ovunque nelle aziende di Stato, chiama gufi e sfigati coloro che lo criticano ma la libertà di stampa è salva comunque, insomma a lui sembra concesso oggi quel che a nessuno è stato concesso negli ultimi vent’anni. Forse non è più nemmeno conformismo, quello che accompagna il Renzi trionfante di questi mesi, ma stanchezza e disillusione. Non è solo lo storico servilismo degli italiani verso chiunque abbia o eserciti il potere, è piuttosto l’adagiarsi alle circostanze di un popolo disfatto e senza più energie. È un consenso, a ben vedere, senza entusiasmo, dettato dalla rassegnazione. Che durerà – di ciò possiamo essere sicuri – sino a che questo sistema di potere apparirà solido e vincente, sino a che Renzi apparirà baciato dalla buona sorte. Un attimo dopo, al minimo accenno di debolezza, sappia che non gli verrà perdonato nulla e che molti dei renziani odierni saranno lì pronti a giurare di non esserlo mai stati.

Donne violate, le cose che non ci diciamo

Se non fossero le donne a pagarne il prezzo, spesso in maniera letale, come è accaduto l’ultima volta appena pochi giorni fa, si potrebbe dire che la violenza di genere è una questione esclusivamente maschile. Le mogli o fidanzate che uccidono compagni o ex compagni sono infatti un numero infinitesimale rispetto ai maschi che fanno violenza sulle partner o sulle ex.
Affrontare questa radice maschile del fenomeno potrebbe essere, se non un antidoto, un deterrente. Dire cioè a se stessi: “Il genere al quale appartengo è capace di questo”, è già un modo per attrezzarsi ad affrontare le zone d’ombra in cui possono essere risucchiati i maschi in quanto tali.
Chiedersi perché e come si possa arrivare a tanto è un ulteriore passo avanti. Intanto, ci dev’essere qualcosa di atavico, biologico, nella violenza di cui i maschi ex procacciatori di cibo sono portatori. Qualcosa che ha consentito alla specie di sopravvivere. Ma che oggi, come la coda che abbiamo perso durante l’evoluzione e che si è trasformata in coccige, dovremmo essere capaci di ricacciare indietro per adeguarci a un mondo che non è più la giungla nella quale vedemmo la luce decine di migliaia di anni fa.

Forse è il sistema sociologico il problema?

Ma c’è dell’altro. E ha a che fare con la dimensione sociale nella quale siamo immersi. Perché cosa può portare all’uccisione di una donna in quanto donna, cioè al femminicidio, non lo si capisce a pieno se ci si sofferma sull’atto estremo: l’omicidio. Quello è solo la punta di un albero che ha radici profonde e nascoste. Che sono costituite da un mondo in cui le donne hanno mediamente meno reddito; studiano di più ma hanno meno opportunità di lavoro; sono di gran lunga più esposte al precariato; sono spesso costrette a ritirarsi in casa alla nascita di un figlio, abbandonando qualsiasi ipotesi di carriera. Un mondo in cui le donne insomma stanno sotto. In cui sono condannate socialmente per atti e comportamenti che invece negli uomini sono apprezzati. Un mondo che per questo genera disuguaglianza e la alimenta a sua volta con politiche che semplicemente non tengono conto di una delle questioni che dovrebbe essere cruciale, tanto per le donne quanto per gli uomini, oggi: la conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Questo stare sotto non può che dare frutti malati, che possono arrivare ad essere avvelenati, come si è visto nelle ultime vicende dei giorni scorsi.
Sono le radici dell’albero della disuguaglianza tra generi che vanno dissotterrate ed essiccate, se davvero si vogliono fare i conti col problema della violenza di genere. Ed è la combinazione dei due fattori – quello biologico di cui i maschi sono portatori e quello di una costruzione sociale ancora fondata sul maschio – che va destrutturata per non farci portare dritti allo schiacciamento della donna nella sua dimensione di preda e riproduttrice. Che è poi ciò che la rende perenne vittima potenziale.
Di questo occorre parlare. Perché dire che siamo contro la violenza è facile. Meno lo è accettare di guardare in faccia le ragioni profonde e subdole che la rendono possibile, la violenza. Perché stanno nelle radici malate che sotterriamo, nascondendocele alla vista. Esorcizzandole quando condanniamo l’ennesimo femminicidio. Un atto così lontano da noi che ci fa sentire innocenti. Invece siamo lo stesso coinvolti.