Il misuratore di pressione: lo strumento fai-da-te per monitorare il nostro stato di salute

Chi soffre d’ipertensione dovrebbe sapere bene cos’è lo sfigmomanometro, ossia lo strumento che viene utilizzato dal medico per misurare la pressione sanguigna.

La pressione arteriosa dev’essere presa mediante un apparecchio approvato secondo le norme vigenti, cioè sicuro e clinicamente validato. Deve in particolare essere in grado di fornire misurazioni accurate secondo quanto suggerito dai protocolli di validazione internazionale, inoltre è fondamentale che gli strumenti utilizzati siano in buono stato e sottoposti a regolare manutenzione per garantire la loro accuratezza nel tempo. Grazie all’avvento di internet e delle connessioni è sempre più facile trovare il miglior apparecchio al miglior prezzo su numerosi siti di comparazione (potete trovare le recensioni dei migliori modelli da braccio e da polso in commercio a questo link).

Una corretta misurazione della pressione arteriosa è il cardine per una diagnosi ed un trattamento efficaci del paziente con ipertensione arteriosa. La misurazione di quest’ultima consiste nell’applicazione di un bracciale provvisto di un manicotto interno gonfiabile in gomma attorno al braccio del soggetto.
Il manicotto dev’essere centrato sull’arteria brachiale, il bracciale viene gonfiato fino a provocare la compressione e chiusura dell’arteria brachiale sottostante, quindi viene sgonfiato lentamente, in modo da decomprimere progressivamente l’arteria.

Il sangue che fluisce nuovamente nell’arteria, crea dei vortici che possono essere uditi attraverso uno stetoscopio posto sulla cute appena sopra l’arteria brachiale. Sotto forma di suoni d’intensità e tonalità variabili, detti toni di korotkoff. Questi suoni che scompaio quando il bracciale è completamente sgonfio e l’arteria aperta, associati ai valori di pressione visualizzati sul manometro del misuratore, permettono di determinare il valore di pressione sistolica o più comunemente chiamata massima e quella diastolica conosciuta meglio come pressione minima.

Diversi tipi di sfigmomanometro

La misurazione della pressione arteriosa, può essere effettuata con un comune sfigmomanometro a mercurio o aneroide utilizzando la tecnica auscultatoria cioè come accade nell’ambulatorio del medico o in ospedale, oppure utilizzando strumenti elettronici, digitali, che permettono anche la misurazione da parte del paziente al proprio domicilio o infine mediante l’utilizzo di apparecchi elettronici automatici in grado di prendere la pressione arteriosa nelle ventiquattro ore in condizioni dinamiche, cioè durante la vita di tutti i giorni.

Prima di tutto il medico deve spiegare al paziente, bene i dettagli della procedura cercando di ottenere il suo rilassamento e riducendone l’ansia associata eventualmente alla procedura.
Tale procedura va seguita non solo dal medico, ma altresì quando il paziente è da solo a casa. Infatti è fondamentale misurare la pressione quando si è da soli e in tutta tranquillità.
Misurare in modo errato la pressione, potrebbe dare dei parametri errati, per ciò è fondamentale seguire piccoli accorgimenti:

  • l’auto misurazione dev’essere effettuata sempre sotto controllo medico.
  • Effettuare la misurazione nelle stesse ore del giorno, mattina e pomeriggio.
  • Non abusare dell’auto misurazione e non diventare schiavi dello stesso apparecchio digitale.
  • non modificare mai di propria iniziativa la terapia prescritta dal medico in base ai parametri rilevati dalle misurazioni.

Modelli digitali da braccio o da polso

Gli apparecchi digitali, sono indicati per alcuni motivi, come ad esempio sottrarsi alle lunghe code dal medico ed evitare per le persone ansiose, la sindrome da camice bianco, che anche quello potrebbe essere causa di valori inesatti.
Quelli utilizzati a domicilio, possono essere non solo da braccio ma anche da polso. Entrambi gli apparecchi, hanno la stessa modalità di funzionamento, uno si posiziona sul polso e l’altro nel braccio, entrambi rilevano parametri della diastolica e sistolica e quasi tutti gli apparecchi rilevano automaticamente anche i battiti del cuore.

Tuttavia quello da polso è consigliato solo come sostitutivo in caso non si abbia a portata di mano quello da braccio, essendo meno affidabile. Come detto prima, qualsiasi sfigmomanometro perché abbia una corretta funzione e dia dei parametri corretti dev’essere posizionato all’altezza del cuore.
In ogni caso perché anche quello da braccio digitale mostri i giusti parametri dev’essere utilizzato in modo corretto.
È importante, tenere un diario scritto da poter presentare al medico curante durante i controlli periodici, in modo che anche lo stesso medico possa verificare la giusta efficacia della terapia prescritta.

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Ritirati dal commercio test di gravidanza difettosi

Cosa potrebbe accadere se una donna che sogna di diventare mamma utilizzasse un test di gravidanza il quale per un difetto di funzionamento non sia in grado di segnalare la lieta notizia?
O invece nel caso opposto, cosa accadrebbe se una donna si sottoponesse al test per ottenere rassicurazioni e nonostante la risposta negativa del test si trovi in seguito a dover affrontare una gravidanza indesiderata?
Purtroppo per molte donne in Australia non si è trattato solo di vicende ipotetiche bensì di esperienze che hanno vissuto veramente, ed il dato allarmante è che sarebbe potuto succedere a molte altre donne ancora, se avessero utilizzato una serie di kit fai-da-te che sono stati recentemente ritirati dal commercio per difetti di funzionamento.

Si tratta di quei test classici utilizzabili in casa, che in presenza di un sospetto di gravidanza sono in grado di dire se si è incinta o meno. Questi piccoli prodotti, facilmente reperibili in farmacia o nei supermercati funzionano tramite il meccanismo di rilevazione dell’ormone Hcg. Nel caso avvenuto in Australia sarebbero quattordici i tipi di prodotti che sottoposti ai test di affidabilità sono stati ritirati dal commercio e dei quali ancora non sono stati resi conoscibili i nomi.

A sollevare il problema è stata la Therapeutic Goods Administration (Tga), che in seguito a numerose segnalazioni si è attivata ed ha effettuato i controlli.

Pregnancy Tests: Pregnancy Diagnostic Test Kit QuickVue One Step Fast hCG Urine Sample  25 Tests
Tra le prime segnalazioni c’è quella di un consultorio familiare che ha portato la testimonianza di tre persone che hanno effettuato il test ed in tutti e tre i casi si era trattato di falsi negativi.
L’organizzazione australiana ha così verificato l’attendibilità della segnalazione, ha appurato che il test One Step non rispondeva bene all’ormone Hcg ritirandolo quindi dal commercio e depennandolo dalla lista dei prodotti farmaceutici commerciabili in Australia. A preoccupare è però il fatto che proprio il test One Step risulta essere molto utilizzato anche in Italia; infatti effettuando brevi ricerche nei vari forum sono diverse le persona che riferiscono di falsi negativi in seguito all’utilizzo del test stesso.

Proprio in occasione di questa prima segnalazione la Tga decide di effettuare i controlli anche ad altri test disponibili sul mercato, riuscendo così ad individuare altrettanti prodotti non conformi agli standard e ritirandoli dal commercio.
Ad esempio i prodotti ‘QuickVue One-Step Hcg Urine test kit’ e il kit ‘PregSurè’ non sono risultati positivi ai controlli e la Tga di conseguenza ha provveduto a far ritirare i lotti difettosi.
Un caso particolare è quello per il quale la Tga non ha potuto sottoporre il test digitale First Response ai controlli dal momento che un considerevole numero di dispositivi recava difetti che ne impedivano l’accensione o l’utilizzo.
Questi prodotti sono stati oggetto di un rapido recall in modo da individuare e correggere il tipo di malfunzionamento per poi sottoporre nuovamente i test ai controlli.

Non sono tardate le reazioni da parte dell’opinione pubblica e soprattutto quelle provenienti dalle associazioni a favore dei consumatori che esortano chiunque abbia utilizzato uno dei test difettosi a chiedere il rimborso contattando il produttore, e soprattutto chiedono alla Tga di rendere pubblici i nomi di tutti e quattordici i prodotti incriminati così da ammonire i consumatori impedendone l’utilizzo.

Le sfide sul destino dell'umanità

L’idea che si possano semplicemente sommare i tratti delle varie civiltà presenti oggi sulla faccia delle Terra, per creare un mondo “dell’Uomo” senza Dio, senza principio autonomo di movimento e di autogiustificazione spirituale e intellettuale, è una “bella fola”, per dirla con il linguaggio della poesia italiana dell’Ottocento. Le civiltà non si sommano e non si frazionano, non si scindono tra di loro e non combinano i loro singoli elementi, Si mescolano “in toto” e non è possibile dedurre da una parte dell’Occidente e dell’Oriente il resto del contesto ideale in cui opera.
Non si prendono brandelli dell’Occidente, e la fine di questi modelli allogeni la vediamo giù nella loro crisi: asimmetrie politiche e strategiche, espansione incontrollata del mercato interno in vari Paesi a causa dell’export, disastri ingestibili da un’amministrazione pubblica che ha imparato, dall’Occidente, solo la corruzione. E nemmeno l’Occidente può permettersi più solo di pretendere i brandelli dell’Oriente, le “democrazie” abborracciate in Africa e in Estremo Oriente, il tentativo del Pcc cinese di mettere insieme sviluppo economico rapido (sembra di ricordare il mito leninista del socialismo come soviet+elettrificazione) e la teoria staliniana delle “marce forzate” nello sviluppo dell’industria pesante, che allora il “piccolo Padre” vedeva come asse della modernizzazione interna dell’Urss, mentre i dirigenti cinesi vedono oggi il loro “capitalismo” come un sistema produttivo “ad usum delphini”, per accumulare risorse finanziarie e poi rivendere all’Occidente i prodotti che esso non vuole, non sa, non riesce più a produrre, nella logica folle di “deindustrializzazione” che ha preso, come una febbre, l’Occidente dalla “caduta del Muro“, dal 1989 in poi.

L’origine della “morte del lavoro”

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La caduta del Muro di Berlino non implicava la trasformazione profonda della Russia, che infatti si è risolta, oggi, ad essere quello che era fin da allora, un socialismo di Stato diretto da un partito autoritario, prima unico, oggi “pluralista”: si trattò del golpe del Primo Direttorato centrale del Kgb contro il partito, corrotto e incapace di porre un freno alla caduta economica di tutto il “modello” socialista di Mosca, soprattutto dopo l’avventura in Afghanistan. Era la risposta alla domanda «durerà l’Urss fino al 1990?» che si ponevano in tanti tra la dissidenza interna ed esterna al “Partito”.
La corruzione, che ha un rilievo morale e spirituale, oltre che politico ed economico, sarà la prossima sfida culturale e politica globale, da gestire con gli strumenti filosofici che ho delineato nel mio libro “La vocazione dell’Umanità” (Futura Edizioni). La corruzione è, in Occidente, per dirla con Marx, “le mort qui saisit le vif”, il mantenimento delle vecchie classi improduttive a spese delle nuove forme produttive o di coloro che, per non accedere alla corruzione o perché non hanno i mezzi per sostenerla, escono dal circuito economico e sociale. In Oriente, c’è il pericolo che la corruzione faccia fare, per esempio alla Cina, la “fine dell’Urss”, il fantasma che aleggiava nel Pcc durante la rivolta di Piazza Tienanmen e che fece accogliere con frizzi e battute ironiche Gorbaciov in visita a Pechino in quel momento.
La crisi morale è evidente: la fine dell’etica del lavoro, causa e origine insieme della “morte del lavoro” in Occidente, con una estetizzazione superficiale della vita, con un’ossessione erotica e sessuale di massa che arriva talvolta al parossismo, con una vita “a credito” che lega le masse a magri stipendi e, soprattutto, ad ancor più magri crediti bancari.Un meccanismo che si basa sulla “immoralizzazione di massa”, mentre prima la macchina che era stata costruita per aumentare la produttività e costruire la nostra civiltà occidentale, dal Rinascimento alla Rivoluzione industriale e al capitalismo, era invece basata proprio sulla progressiva e diffusa moralizzazione delle masse. Si pensi ai romanzi di Charles Dickens.

Per cambiare la nostra situazione attuale, dobbiamo mutare mentalità

Si tratta di un sistema che non può più tenere: l’Occidente è senza lavoro e non può finanziare la sua spesa improduttiva di massa, immorale e viziosa, che sostiene consumi irreali e redditi che vanno a finire nella camera di compensazione tra economia “bianca” e finanza illecita. Se questo sistema continuerà, arriveremo alla soglia dell’anomia, dell’autodistruzione sociale, a partire dal disfacimento delle regole base della società stessa. E la soluzione non potrà che essere una nuova morale, una nuova filosofia, una nuova metafisica che ricostruisca la gerarchia sociale, la renda valida e legittima in un contesto di globalizzazione ormai del tutto completata.

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Perché questo è il problema: se rimarremo con la vecchia morale e le vecchie leggi, l’Occidente arriverà presto all’anomia, al dispiegamento di massa degli istinti più volgari e distruttori, secondo la regole che Freud ha disegnato per l’infanzia parlando del “principio del Piacere”. Se invece riusciremo a ricostruire, come accadde nel Rinascimento fiorentino, da una nuova pratica commerciale e da una serie di nuovi rapporti culturali ed economici, una “forma culturale integrata”, allora avremo risolto il problema che ci siamo posti. Ma ci sarà da fare un’opera di distruzione creatrice dal punto di vista filosofico: troppo a fondo è già andato il decadimento della morale di massa, la separazione dal lavoro dell’etica, la separazione della metafisica dalla religione, con la progressiva “defamation” a livello di massa di tutto ciò che è nobile e buono.
Se tutto questo procederà ancora, passeremo presto quel punto di non ritorno, oltre il quale l’anomia occidentale e, probabilmente, l’autodistruzione dei sistemi “riformati” dell’Oriente, saranno un fatto compiuto. E non saremo in grado di ricostruire una nuova filosofia e una nuova mistica per il nuovo Occidente positivamente globalizzato.

La Casta burocratica che ci impoverisce, come abbatterla

Si può avere fiducia di un Paese in cui solo la Gazzetta Ufficiale (ad essa si debbono aggiungere i Bollettini delle Regioni e le disposizioni normative di Province, Comuni e di una pletora di altri enti pubblici) pubblica ogni anno circa 16mila pagine di leggi, regolamenti e disposizioni varie, per una lunghezza di quasi 5 chilometri e una superficie di quasi mille metri quadrati?
Dove per una concessione edilizia ci vogliono, di media, 257 giorni, rispetto ai 137 della Francia, ai 144 del Regno Unito, ai 169 del Belgio, per non parlare dei 40 degli Usa e dei 69 della Danimarca (in Europa solo il Portogallo, con 328 giorni, fa peggio di noi)?
Dove per iniziare un’attività bisogna contattare, di media, 19 uffici e ottemperare a 68 adempimenti? Dove per ottenere una licenza ci vogliono 257 giorni, rispetto ai 153,3 dell’area Ocse? Un Paese che in Europa, nell’indice di libertà economica elaborato dalla Heritage Foundation, è al 73° posto (la Germania, tanto per dire, è al 25°)? Che è al 150° posto nel mondo per i tempi della giustizia civile (un ritardo che ci costa una minore crescita di un punto percentuale di Pil all’anno)?
No, di un Paese così non si può avere fiducia. O meglio, non si può avere fiducia sulla sua capacità di crescere. I dati, d’altronde, su questo versante sono impietosi.
Secondo l’Istat, dal 2000 al 2009 il Pil pro capite nei Paesi dell’Unione europea, a parità di potere d’acquisto, è cresciuto del 9,4% in Italia, rispetto al +23% della media Ue. Ossia, siamo cresciuti solo il 40% rispetto a quanto fatto dalla media europea. Tanto per fare qualche esempio, nello stesso periodo la Germania è cresciuta del 21,2%, la Francia del 15,5%, la Gran Bretagna del 16,3%, l’Austria del 17,2% e così via. Scorrendo tutti i Paesi, per aumento del Pil pro capite, nei nove anni considerati siamo gli ultimi d’Europa. E non è un modo di dire: siamo letteralmente gli ultimi.
Insomma, un Paese soffocato. Da una valanga di norme, di regolamenti, di divieti che si incrociano, da uno Stato onnipresente e onniregolante. Ma soprattutto da una pubblica amministrazione inefficiente, rapace, trafficona, che vessa la società e la libertà, dando vita a quella che è la vera casta a cui tagliare l’erba sotto i piedi se l’Italia vuole tornare a crescere, evitando un declino che, altrimenti, è inevitabile.

La distinzione nei ceti sociali

Lo ha spiegato molto bene un giornalista, qualche giorno fa, sul Corriere. Il problema non è solo la qualità scadente dell’attuale ceto politico. Il problema è anche, anzi soprattutto, una casta amministrativa che, nei labirinti della gestione amministrativa, rallenta il Paese per preservare il proprio potere. In Italia, se il gioco non cambia, non è possibile per nessuna forza politica, per quanto consenso abbia, sveltire il Paese, obbligare la macchina amministrativa a mettersi al servizio degli obiettivi indicati agli elettori e per cui si è vinto nelle urne. C’è un ceto che si è specializzato nel muoversi, abilmente, nei meandri dei meccanismi burocratici pletorici, che si è avocato la loro interpretazione, che può sotterraneamente vanificare qualsiasi innovazione. Perché, di quei meandri, conosce ogni anfratto, si è specializzato nel muoversi in essi come i pesci nell’acqua, è in grado di stoppare ogni cosa, boicottandola silenziosamente, facendo scontrare interpretazioni diverse, sfibrando le spinte innovative liberali che provengono dalla società e soprattutto dalla parte di essa che deve confrontarsi ogni giorno con il mercato (l’altra parte della società, quella che non si confronta con il mercato e che anzi non lo vuole perché teme di essere spazzata via dalla concorenza, si è specializzata nel connubio con la casta amministrativa, ricevendo ma anche, molto spesso, dando).
Una casta che dirige il gioco e che vuole una proliferazione di norme, regolamenti, sotto regolamenti, circolari interpretative (meglio se si contraddicono l’una con l’altra, perchè ciò rafforza il potere della casta amministrativa). Un sistema opaco che produce non solo inefficienza smorzando lo sviluppo e rallentando il benessere economico e sociale, ma che genera anche corruzione (le statistiche internazionali ci collocano, anche su questo fronte, in una posizione pessima).
Se guardiamo in Umbria, i dati di fatto non mancano: nessun politico, da Tangentopoli in poi, è finito in galera. Ci sono invece finiti, anche non molto tempo fa, dirigenti pubblici e alcuni “ammanicati” a questi, campioni dell’inciucio e rappresentanti di quella parte di società umbra che campa sugli ostacoli messi dalla pubblica amministrazione alla concorrenza. Storie trasversali, da Perugia a Terni. Basta rileggersi le cronache o fare un po’ di mente locale.
Una pubblica amministrazione opaca che dirige il gioco, in combutta ora con i politici, ora con i sindacati, ora con le associazioni di categoria, ora con le corporazioni. Perché, alla fine, è da quella casta che debbono passare.
E allora? Allora il cittadino si chiude nella rabbia silenziosa. Perchè la casta amministrativa resta lì, ferma, transitando nelle varie stagioni mutando pelle ma rimanendo la stessa. Tutto cambi perché nulla cambi.
Ma la situazione è diventata troppo grave perché nulla possa cambiare. E sono maturi i tempi per realizzare una proposta a suo tempo lanciata da Tremonti. Per bloccare gli spazi che, involontariamente, la Costituzione ha aperto alla proliferazione burocratico-amministrativa e alla costituzione di “mandarinati” (basti pensare a come sono stati interpretati male ad arte, ad uso e consumo del mandarinato burocratico, gli articoli del Titolo III della Costituzione sulla libertà economica e la proprietà privata).

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Andrebbe fatta una rivoluzione

Una rivoluzione che va fatta rovesciando l’impostazione secondo cui tutto è proibito fuorché ciò che è espressamente ammesso dalla legge (con la realtà che, in virtù di un ginepraio di norme, regolamenti e interpretazioni, di fatto, ciò che è lecito non è assolutamente certo). Prevedendo al suo posto, per via costituzionale, che tutto è lecito meno ciò che è espressamente proibito dalla legge. Si aprirebbero spazi di libertà inimmaginabili e la pubblica amministrazione, concentrandosi solo su ciò che è proibito, diventerà più efficace, anche nel reprimere. Finirebbero i mandarinati, i cittadini e le imprese non dovrebbero più recarsi con il cappello in mano davanti alla Casta burocratica.
Un vento di libertà e di futuro tornerebbe a soffiare, l’Italia potrebbe avere le gambe per poter correre. Sarebbe stata tagliata l’erba sotto i piedi al “Mostro” burocratico, che ci rende tutti più poveri. Sarebbe stato gettato il seme per premiare davvero il merito, valorizzare le capacità. E avremmo un pubblico impiego non più palla al piede, ma fattore di sviluppo. Con un colpo solo, si potrebbe sgretolare uno dei principali muri che ci stanno portando alla perdita del nostro benessere. Dovremmo diventare, su questo, cittadini più consapevoli e molto più critici ed esigenti. Da parte mia, per quel poco che conta, prometto che, alle prossime elezioni, voterò solo per chi si impegnerà davvero a realizzare questa rivoluzione.

La Nazionale, un esempio (vincente) di integrazione

Nell’antica Roma la cittadinanza si acquistava in base al principio del sangue: come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., erano cittadini romani i figli di un cittadino, ovvero la prole naturale di una cittadina. La regola dello ius sanguinis fu però sempre aperta, fin dalle origini, alla possibilità dell’inclusione. I Romani riconoscevano che la loro comunità nasceva dall’incontro, dall’unione e dall’assimilazione di genti diverse – secondo una tradizione che, come racconta Curzio Rufo, risaliva ad Alessandro Magno – da un incrocio di mondi e di culture (già Cornelio Nepote, nel proemio al De viris illustribus, ammetteva la ricchezza delle differenti consuetudini). Pronta a modificare i propri costumi – adottando, ad esempio, le insegne degli Etruschi o le leggi dei Greci – Roma concesse la cittadinanza ai popoli conquistati con generosità e lungimiranza politica. Tanto che, nel V secolo d. C., in un momento storico di decadenza e di grandi sconvolgimenti causati dalle invasioni barbariche, il poeta gallo-romano Claudio Rutilio Namaziano poteva a ragione salutare l’Urbe esaltandone la grandezza con queste parole: “Tu facesti una sola patria delle genti più diverse. E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto, facesti città ciò che prima era mondo” (De reditu suo, libro I). La nostra tradizione giuridica, sul solco di quella romana, privilegia l’acquisizione della cittadinanza iure sanguinis. Il tema è però controverso e di costante attualità. Sia perché l’incremento dei flussi migratori richiede nuove ed urgenti risposte (gli sbarchi verso la Sicilia, come confermano le cronache degli ultimi giorni, stanno riprendendo a pieno ritmo). Sia perché l’argomento è ormai un motivo ricorrente del dibattito politico: mentre Beppe Grillo ha ribadito il suo sostegno allo ius sanguinis, scandalizzando per qualche ora molti dei suoi seguaci, molti politici hanno più volte affermato che la prima iniziativa che il Pd prenderà quando governerà di nuovo il Paese sarà quella di dare la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia, secondo il principio dello ius soli. Ius sanguinis da un lato, ius soli dall’altro lato. Ma entrambi i principi perdono sostanza e vigore in assenza della volontà del singolo. La cittadinanza non può essere calata dall’alto, imposta – o, viceversa, proibita – per legge. Essa nasce dall’individuo, uomo e cittadino, che sceglie consapevolmente di abbracciare un determinato bagaglio di storia e di costumi.

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I “nuovi italiani”: specchio di una nazione che cambia

La Nazione, scriveva Ernest Renan nel 1882, è una “grande solidarietà” che si riassume attraverso un fatto tangibile: “il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme”. Due esempi, opposti, rendono quest’idea immediatamente comprensibile. Durante il XVI congresso del Partito comunista sovietico, Palmiro Togliatti si espresse così: “È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano”. Al di là del discutibile contenuto, la volontà è chiarissima. “Il migliore”, com’era soprannominato il genovese, si sentiva sovietico, indipendentemente da chi l’aveva generato (ius sanguinis) e dal luogo di nascita (ius soli). Secondo esempio, di tenore contrario al precedente. La nostra Nazionale, felice e vincente modello di integrazione, si è presentata agli Europei di calcio, per la prima volta, con due giocatori di colore (senza tener conto dell’oriundo Thiago Motta): Mario Balotelli, il castigatore della Germania, ed il torinista Angelino Ogbonna. Né Balotelli, di origini ghanesi, né Ogbonna, di origini nigeriane, sono semplicemente dei “nuovi italiani”, come li si definisce spesso con un’espressione ormai consumata. Entrambi sono pienamente e convintamente italiani, indipendentemente dal “sangue” o dal luogo di nascita. “Super Mario”, in particolare, ha più volte espresso il suo senso di italianità, ribadendolo anche di fronte al Presidente della Repubblica: “Sono italiano, mi sento italiano – ha detto nel 2008 – giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Balotelli, Ogbonna e molti altri hanno eletto la Nazione italiana a loro casa comune e ne rispettano i simboli, a partire dall’inno di Mameli; hanno fatto questa scelta e ne vanno orgogliosi. Il che conferma, come dimostra il caso opposto di Togliatti, che l’Italia, a prescindere da “sangue” e “suolo”, è di chi la ama e la rispetta. Nel calcio come in ogni altro ambito.